Critica di Giorgio Sebastiano Brizio
L’ inquietante occhio semiaperto di Bozena Krol Legowska.
Scolpire la pietra vuol dire “togliere” con metodo, lisciatura dopo lisciatura, dalla materia grezza grumi di eccedenza, eccedenze che , nello scomparire mano a mano, lasciano quella levigatezza ai volti, alle forme curvilinee. Quel malessere tanto caro a Rimbaud, a Poe, a quelle penne intrise di inquieto trepidare per paure inconsce, ed ora vicine al fare surreale di Bozena.
Prima sono stati i dipinti su vetro nella tradizione polacca, finissimi à plat, privi di prospettiva figurata, che nell’ ergersi dell’ umano, femmina o maschio, esibivano nella solita evidenza dell’ occhio una sorta di stupito, incredulo sgomento. Sgomento trasmettente una sorta di grande punto di domanda. Un interrogativo sul continuo domandarsi “chi siamo? “, sparute cellule di un infinito astronomico (altro tema caro a Bozena nel periodo polacco di squillante informel). Poi mercé la Bottega molisana, l’innamoramento per la materia pietrosa: il suo farsi scultore a tutto tondo. La pietra, nelle eccezioni dell’ alabastro prima, sotto il magistero di Pasquale Napoli, poi il marmo di Carrara e il travertino con la venuta in Maremma.
Sentirla parlare delle venature dei marmi, delle striature colorate del travertino, vederla nelle cave a scegliere quel grezzo ed intuirne l’esito finale, è già capire la scultrice che è in lei. Che è nel suo essere di abile manipolatrice della materia inanimata per conferirle quel guizzo vitalistico, pieno di rimandi ad una narrativa di sensibilità rapprese, legate forse alla morte, forse al dolore. Sicuramente a quel limite tra le due evenienze, alla marginalità dell’ inquieto percepire un vago terrore intimo, un denso profumo mefistofelico che, nella staticità metafisica del rappresentato, dell’ esito che le sue abili mani hanno saputo prima intravedere, poi far scaturire dall’imperturbabilità del biancore marmoreo. Una sacralità ieratica hanno i suoi volti; una sensualità rappresa i suoi torsi. Enigmatici sono i suoi violini (“Paganini” s’intitola l’occhio che prelude ad una chiave di violino); misterico quel lasciare grezzo certe escrescenze della materia, quasi un contrapporre male e bene nel più palesemente visibile dualismo tra esistenze in natura e manufatto, tra caos e perfezione, in un richiamo biblico di geotiana memoria. E se Mitoraj, altro grande polacco operante nella vicina Versilia, crea surrealtà aprendo cassetti dai torsi dei mitici Apolli, Bozena riverbera l’inquietudine, il mistero metafisico della soglia tra dolore e morte, attraverso quel spalancare o socchiudere l’ occhio, vigilante e mai sopita finestra umana sul perpetrarsi del maleficio nel mondo. O ancora, in quel “leggiadro” e personalissimo ghirigoreggiare dei capelli, delle mani, sul perfetto, levigatissimo tondo dei volti, elevare l’intimo sublime all’imponderabilità, alla insostenibile “leggerezza dell’ essere”.
Giorgio Sebastiano Brizio